Il silenzio non esiste

non esistenza del silenzio

E da quando ho aperto Sounds Like Studio, ne sono ancora più convinto.

C’è un momento, all’inizio di ogni sessione, in cui chiedo sempre agli attori di fermarsi. Di non parlare. Di ascoltare.

La prima volta che l’ho fatto, anni fa, la persona in cabina mi ha guardato attraverso il vetro con un’espressione tra il perplesso e il preoccupato. Pensava che qualcosa non andasse con la tecnica, con il microfono, con i livelli. Invece stavo solo aspettando.

Aspettavo che capisse una cosa fondamentale: quello che sentiamo quando crediamo di ascoltare il silenzio non è mai davvero silenzio. È sempre qualcosa. Il condizionatore che respira in lontananza. Il proprio cuore che accelera leggermente per l’emozione di essere in studio. Il fruscio impercettibile dei vestiti. Il suono della propria mente che cerca di quietarsi.

John Cage, nel 1952, trascorse del tempo in una camera anecoica — una stanza progettata per assorbire quasi il 100% del suono. Si aspettava il nulla. Sentì invece due suoni distinti: uno acuto e uno grave. Gli dissero che erano il suo sistema nervoso e la sua circolazione sanguigna. Non esisteva il silenzio, neanche lì.

Quella storia me la sono portata dentro da sempre. E da quando ho aperto Sounds Like Studio qui a Firenze, è diventata quasi una filosofia di lavoro.

Perché il suono non è solo tecnica.

Ci vuole pochissimo, in un ambiente sonoro, per cambiare il modo in cui una persona si sente. Ho visto voci tremanti diventare solide nel giro di pochi minuti, semplicemente cambiando l’illuminazione della sala d’attesa, abbassando la temperatura di un paio di gradi, mettendo in sottofondo un ronzio a bassa frequenza che stabilizza il sistema nervoso. Non è magia — è psicoacustica applicata.

Il problema è che nel mondo del doppiaggio e della registrazione professionale si tende a ragionare solo in termini di decibel, di frequenze, di rapporto segnale-rumore. Tutte cose fondamentali, sia chiaro. Ma dimenticate troppo spesso che dall’altra parte del microfono c’è un essere umano il cui stato interno si sentirà sempre, sempre, in ciò che registra.

Un attore teso suona teso. Un doppiatore stanco suona stanco. Non importa quanto sia bravo, non importa quanto professionista. Il corpo non mente al microfono.

Quello che ho imparato in cabina.

Dopo anni di sessioni — spot pubblicitari, audiolibri, trailer cinematografici, voci guida per musei e installazioni, doppiaggi per il mercato italiano ed europeo — ho sviluppato una specie di senso extra. Lo chiamo “ascolto di secondo livello“: non ascolto solo quello che la voce dice, ma quello che la voce rivela.

C’è la tensione nella mascella che indurisce le consonanti. C’è il respiro trattenuto che toglie profondità alle vocali. C’è la velocità leggermente aumentata che tradisce l’ansia da prestazione. E c’è, quando tutto va bene, quella cosa rara e bellissima che i fonici chiamano “presenza” — quella qualità della voce quando chi la usa è completamente presente, completamente dentro ciò che sta dicendo.

Quella qualità non si ottiene solo con la tecnica. Si ottiene creando le condizioni giuste. E creare le condizioni giuste è, più di tutto, il mio lavoro.

Il silenzio non esiste. Ma uno spazio in cui il suono possa essere davvero sé stesso — quello sì, si può costruire.


Sounds Like Studio si trova a Firenze. Se stai cercando uno studio di doppiaggio e registrazione dove la qualità tecnica va di pari passo con l’attenzione all’esperienza umana, scrivici.