…e come le usiamo in studio
C’è una storia che amo raccontare. Anni fa, un ricercatore inglese di nome Vic Tandy lavorava in un laboratorio a Coventry che aveva la reputazione di essere “infestato”. I colleghi riferivano sensazioni di disagio, brividi, percezioni visive ai margini del campo visivo. Tandy, scettico per natura, decise di indagare.
Trovò che una ventola industriale nel locale produceva onde sonore a 18,98 Hz — frequenza infrasonica, al di sotto della soglia di percezione uditiva umana. Quella frequenza, propagandosi nello spazio, causava risonanza nei globi oculari, producendo visioni periferiche distorte. Generava anche una sensazione fisica di inquietudine difficile da localizzare razionalmente.
Il laboratorio non era infestato. Era, semplicemente, pieno di un suono che nessuno poteva sentire.
I suoni sotto la soglia.
Gli infrasuoni — frequenze sotto i 20 Hz — e gli ultrasuoni — sopra i 20.000 Hz — sono la parte dell’universo sonoro che esiste ma che il nostro sistema uditivo non è equipaggiato per percepire consciamente. Eppure il corpo li registra. Li registra la pelle, li registrano i visceri, li registra il sistema nervoso autonomo.
Questo ha implicazioni enormi per chi lavora con il suono in modo professionale.
In alcune grandi sale da concerto, progettate per esaltare l’esperienza emotiva della musica, vengono utilizzati organi capaci di produrre frequenze prossime agli infrasuoni per amplificare il senso di maestosità e coinvolgimento. Non è una leggenda metropolitana — è una pratica documentata. Il suono che non senti ti sta comunque spostando qualcosa dentro.
Cosa succede quando questo principio entra in studio.
Nel mio lavoro a Sounds Like Studio, la psicoacustica non è una curiosità teorica. È uno strumento pratico.
Prendiamo un esempio concreto: le sessioni di doppiaggio per documentari naturalistici o contenuti che richiedono un particolare senso di intimità e profondità. In questi casi, lavorare solo sulla voce non basta. La texture sonora dell’ambiente in cui il doppiatore si trova — la sala d’attesa, persino la musica che ascolta prima di entrare in cabina — influenza il risultato finale in modo misurabile.
Ho sperimentato nel tempo che certi tipi di rumore ambientale a bassa frequenza, usati come sottofondo durante il riscaldamento vocale, aiutano i performer a rilassare il diaframma e ad aprire la risonanza toracica. Non lo “sentono” nel senso convenzionale del termine. Lo percepiscono nel corpo.
O ancora: l’architettura acustica della cabina di registrazione non è pensata solo per isolare il suono dall’esterno. È pensata per creare un campo sonoro interno che sia neutro ma non sterile — perché una stanza troppo “morta” acusticamente tende a generare nei performer una sensazione sottile di disagio, di esposizione, che si traduce in tensione vocale.
Il suono come ambiente, non come oggetto.
Il punto più importante di tutto questo è uno solo: il suono non è mai solo quello che ascoltiamo. È il campo in cui esistiamo. È l’ambiente che ci condiziona anche quando non ne siamo consapevoli.
Per uno studio di doppiaggio e audio professionale come Sounds Like Studio, questo significa che la qualità del lavoro non si misura solo nelle forme d’onda e nei picchi di livello. Si misura in quello che la voce registrata è capace di evocare in chi la ascolta — e quella capacità evocativa dipende da un sistema molto più complesso di quanto la sola tecnica possa spiegare.
Il suono che non senti è spesso quello che conta di più. Noi lo teniamo in considerazione.
Sounds Like Studio è uno studio di doppiaggio, registrazione e sound design a Firenze. Lavoriamo con aziende, agenzie creative, case di produzione e professionisti della voce che cercano qualcosa in più di un semplice servizio tecnico. Contattaci per parlare del tuo progetto.

